2 maggio 1974 – 2 maggio 2024 50 anni fa! di Daniela Zini
Oggi, a cinquant’anni dalla sua morte, vorrei ricordare mio Padre.
“...il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra Storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita. C’è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi. Il revisionismo a volte mi offende: in quei giorni ci sono state anche pagine poco onorevoli; e molti di noi, delle Brigate Partigiane, erano raccogliticci. Ma nella Resistenza c’è il riconoscimento di una grande dignità. Cosa sarebbe stata l’Italia agli occhi del Mondo? Sono un vecchio cronista, testimone di tanti fatti. Alcuni sono anche terribili. E il mio pensiero va ai colleghi inviati speciali che non sono ritornati dal servizio, e a quelli che speciali non erano, ma rischiavano la Vita per raccontare agli altri le pagine tristi della Storia.
I protagonisti per me sono ancora i fatti, quelli che hanno segnato una generazione: partiremo da uno di questi, e faremo un passo indietro per farne un altro, piccolo, avanti. Senza intenzione di commemorarci.”,
scriveva Enzo Biagi sul Corriere della Sera, il 22 aprile 2007.
Nel ricordo doveroso del Passato, volgeva il suo sguardo preoccupato al Presente e rifiutava, in maniera decisa, ogni subdolo tentativo di annacquare o di rimuovere la Memoria.
E, in questo senso, possiamo ancora dare ben ragione a Enzo Biagi: “una certa Resistenza non è mai finita”!
Quando morì mio Padre, il 2 maggio del 1974 – 50 anni fa! –, mentre lo guardavo steso sul letto circa un’ora e mezzo o, forse, due ore dopo che era morto, mi attraversò la mente un pensiero che non riuscivo a formulare.
Ci riuscii, sgangheratamente, nei giorni seguenti: ora che mio Padre aveva cessato di esistere anche tutto il suo Amore cessava di esistere, di conseguenza, io ero una persona con un patrimonio di Amore inferiore rispetto a prima.
Dunque, mio Padre morto, il mio conto in banca affettivo era dimezzato.
Sicuramente, mio Padre avrebbe vegliato su di me dal Cielo, ma i Celesti, anche gli ultimi arrivati, hanno priorità e gerarchie diverse dai terrestri, e ciò che a noi sembra bene a loro sembra male e viceversa, insomma, sono poco affidabili per i nostri calcoli e le nostre bramosie. Invece, l’Amore terrestre che possediamo perché Altri ce lo conferiscono, amandoci, è del tutto affidabile e si traduce in una maggiore ampiezza del respiro, nella resistenza del corpo al caldo e al freddo, nell’ingestione di cibo senza essere inappetenti o ingordi.
L’Amore si sente sulla pelle e sotto la pelle, come un medicamento miracoloso.
Di notte, facevo corpo con il mio letto come un marinaio con la barca. Non ascoltavo più la radio, ma i suoni che provenivano dalla strada…
Seguivo gli strani arabeschi delle luci notturne che filtravano dalle assi delle serrande…
Percepivo il mondo esterno come una perenne tempesta a causa di tutto ciò che non potevo controllare…
Ognuno, di notte, rincontra se stesso e non sempre è un incontro facile.
Nel 1974, molte cose cambiarono nella mia vita, senza che io afferrassi davvero la natura e il significato del cambiamento.
Anche i ricordi si fecero confusi e meno luminosi ai miei occhi, si profilava all’orizzonte l’ombra scura e indistinta dell’età adulta.
Tessa, la mia madrina di comunione, che dimostrava una inspiegabile e invasiva vocazione igienista, sosteneva che il modo giusto per dormire fosse la posizione supina con le braccia incrociate dietro la testa, una posizione che a me sembrava più adatta a prendere il sole su una sedia a sdraio che non ad affrontare le leggi del buio.
Una persona sdraiata è una persona derelitta…
“O ti rifai il letto o ti ci rimetti!”,
mi aveva detto Tessa quel pomeriggio.
E, in effetti, il letto accostato a un lato della parete era un groviglio di lenzuola e coperte.
Era una precauzione, una punizione, una superstizione?
Forse, era un modo per dire che nelle case perbene i letti non rimangono sfatti tutto il giorno, e, dunque, per riaffermare che la mia era una casa perbene, o un modo per dire che i letti vanno rifatti perché dalle lenzuola attorcigliate non si spanda per l’appartamento un morbo che contagi tutto irrimediabilmente.
Io, invece, avevo una sorta di culto per i letti sfatti.
Con il passare degli anni e delle case in cui ho abitato da adulta, ho sviluppato una vera capacità e soprattutto una velocità da cameriera di albergo nel rifare i letti.
Naturalmente, c’è modo e modo: si possono semplicemente tirare su, ma anche in questo caso le tecniche variano. Lasciare le lenzuola di sotto e di sopra senza scostarle dal materasso e, poi, tirare la coperta di piatto, geometricamente – e il risultato, in genere, non è male! – oppure limitarsi a tirare la coperta sopra tutto il resto, sperando che le lenzuola, sotto, non facciano molte pieghe. In entrambi i casi un modo sbrigativo di non soccombere al destino del disfacimento, di venire a capo della forza bruta della materia, il provvisorio sudario di ogni notte. È una pratica più facile per chi, come me, la notte non si muove, cercando di ingannare l’incoscienza e il turbine indesiderabile dei sogni con l’immobilità.
Se si rifanno i letti, davvero, appare il nudo materasso e bisogna saperlo affrontare con vigore nella sua durezza e nella sua simbolica spigolosità.
Man mano che sono divenuta sempre più intransigente alla vista dei letti sfatti e pronta a rifare quello di chiunque, ho realizzato che la mia reazione repulsiva non era una semplice espressione di pigrizia, ma, per l’appunto, un atto di culto, la riparazione di un’antica offesa grazie a quel sacrificio abbastanza violento delle lenzuola e delle coperte. Dicono alcuni che non fare il letto è una forma di protesta: è un gesto primo di accudimento, quando siamo bambini, che qualcuno, e, in genere, la madre, ci rifaccia il letto. Se la madre non lo ha nutrito, pulito, coperto, rimboccato come avrebbe dovuto, il nostro letto dovrà rimanere sfatto per tutta la vita.
Il letto sfatto è un ponte aperto tra la notte e il giorno, finché il letto è sfatto la notte non è finita, in un certo senso una via di fuga, una possibilità di tornare indietro.
E, in verità, con il tempo, ho appreso che i letti sfatti possono fare compagnia…
E, tuttavia, quando iniziai a rifarmi il letto, la mattina, appena sveglia, sicura che nessuno ci avrebbe pensato, a me parve un sollievo mettere un confine a quei disordinati spettri che – come ammoniva la Nonna – infestavano il buio e ponevano domande cui non sapevo rispondere ed eliminare, sotto la potenza delle coperte molto tese, le tracce dell’inerzia e della confusione del mio corpo orizzontale.
Già, quando iniziai a rifarmi il letto!
In realtà, questo fu solo un passo intermedio per raggiungere l’obiettivo finale: mettere ordine nella mia propria vita.
E, non potevo mettere ordine nella mia propria vita, se prima non iniziavo a mettere ordine negli spazi in cui vivevo.
Nel 2012, dopo la morte del Nonno, sono saltate fuori delle carte di mio Padre, proprio sotto il suo letto. Stavano in una robusta cassetta di legno massello con rinforzi in ottone e un possente lucchetto.
Un vero e proprio piccolo tesoro, dimenticato e recuperato, di informazioni storiche, che troverà il suo giusto spazio in Tutto quello che so di lui, non mi basta più!...
Sono documenti piuttosto interessanti, perché raccontano la storia della partecipazione di mio Padre alla Seconda Guerra Mondiale, argomento di cui non parlava mai per evitare di parlare degli orrori che aveva vissuto.
Questi fogli di carta non raccontano solo di mio Padre, raccolgono anche testimonianze di Soldati che hanno partecipato a operazioni militari, ai quali era stato, espressamente, richiesto di stendere un resoconto proprio su quelle operazioni militari.
Una sorta di reportage in diretta!
Io non sapevo nulla di quegli anni di guerra, perché io non ero nata all’epoca e, dopo, ero troppo piccola per comprendere certi discorsi. Ma, a poco a poco, hanno iniziato ad affiorare dei tasselli, ho iniziato a pormi delle domande e ho iniziato un cammino che mi ha portato fino a qui, oggi.
Non ho quasi idea di come sia successo, so soltanto che è stato come essere guidata.
Sì, sono stata guidata…
Forse, da mio Padre…
Forse da quella Luce interiore che guida il cuore di ognuno di noi…
Così, come Telemaco, mi sono messa alla ricerca di mio Padre e della sua Odissea di soldato e di prigioniero, ma più ancora della sua Odissea di ritorno in un’Italia devastata dalla guerra.
Tutto quello che so di lui, non mi basta più! sarà un continuum narrativo non in sequenza, una raccolta di racconti, ognuno indipendente dall’altro, ma tutti legati tra loro da un sottile fil rouge.
Io non so dire dove mi condurrà Tutto quello che so di lui, non mi basta più!, la sfida è proprio questa!
Riaprire la ferita della Seconda Guerra Mondiale è tentare di riconciliare un’Italia che fatica ad accettare il calvario di un’intera generazione, irresponsabilmente lanciata in una guerra impossibile da vincere, dopo la quale nulla fu più come prima per nessuno…
Una lunga traversata nel deserto, nel fango, nella neve!
Ho sempre pensato a mio Padre come ogni figlia dovrebbe pensare a un Padre: una forza, un pilastro, un punto di riferimento.
Da lui ho appreso molto dell’Amore e poco della guerra.
Lui è stato, è e sarà, sempre, mio Padre, il mio esempio.
Mi faceva ballare, mi faceva girare sulle punte come una ballerina…
Era tutto…
È impegnativo per me essere qui, ora.
Quello che ha stravolto la vita di mio padre e ha travolto la vita di un intero Paese è l’odio che cresce tra gli Uomini e si trasforma in guerra.

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